Comune di Cigliè

Mercoledì 05 Gennaio 2011 11:41 amministratore
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Indirizzo: P.zza Castello, 2
Telefono: 0174/60132
Fax: 0174/60510
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Sito internet: www.comune.ciglie.cn.it
Popolazione: 190
Altitudine minima: 308
Altitudine massima: 565

Cigliè, il cui nome sembra indicare la sua positura sul ciglione di alte rocce che stanno verticalmente sul fiume Tanaro, era compreso, sotto i franchi imperatori, nel contado Bredulese.

Già del comitato Bredulese, alle dipendenze dei Marchesi di Ivrea, il feudo appartenne poi a Bonifacio del Vasto e di Savona e divenne quindi una roccaforte del marchesato di Ceva (citato nel 1256 con il trattato di pace con Mondovì, dove si afferma che Giorgio I Marchese di Ceva continua ad averne la signoria).

Le terre e il castello di Cigliè (dal latino Cigliarum) vengono venduti a Guglielmo dei Borghesi (1275), sin quando i discendenti, nel 1391, lo cedono di nuovo al Comune di Mondovì e per tale cessione Cigliè presta giuramento di fedeltà al nuovo Comune. Passato in seguito ancora ai Borghesi e sottomesso nel 1440 ai Marchesi di Monferrato, pochi anni dopo fu venduto a Giacomo della Torre (1452).

Sono stati padroni di Cigliè anche Girolamo Basso della Rovere (Cardinale) e i Conti di Ligueglia e Somano che, nel 1532, cedono questo territorio ai Pensa di Mondovì. Le cronache del Comune di Cigliè ci dicono che Amedeo Pensa “…nel 1540 facesse rivedere gli Statuti di Cigliato e riconoscerne la loro validità…” Dai Pensa il castello medioevale di Cigliè passa, portato in dote da Cassandra a Francesco Capris, all’omonima famiglia che ne rimarrà proprietaria per più di tre secoli.
Il castello è stato trasformato in abitazione privata ed ha goduto grande splendore nel secolo XVI quando i Pensa di Mondovì vivevano nello sfarzo e nel cerimoniale tipico delle corti rinascimentali.

Nel 1631 Vittorio Amedeo I, con il trattato di Cherasco, annette nei domini di Casa Savoia anche altri otto paesi: Benevello, Borgomale, Bosia, Camerana, Gottasecca, Rocca Cigliè e Somano.

La frana del dicembre-gennaio 1962-1963, cosiddetta dell’Albarea, provocata sul versante nord dallo smottamento di un’area di 50 ettari che travolse nella caduta a valle una ventina di abitazioni del capoluogo, è uno degli avvenimenti che hanno segnato più in profondità la storia recente. Le cause del fenomeno furono individuate nell’azione corrosiva del torrente ai piedi del versante e nella rottura del tubo dell’acquedotto che versò acqua per due giorni. Passata la paura, il paese è tornato alla sua tranquilla esistenza di centro rurale, che si anima in estate con l’arrivo di villeggianti.
Cigliè conta oggi meno di 200 abitanti. L’attività economica principale è l’agricoltura con prevalente coltivazione della vite da cui si ottiene un ottimo Dolcetto, dal gusto amabile che ben si accompagna ai piatti tipici langaroli.

Molto diffuso è l’allevamento bovino, razza piemontese, con qualche insediamento ovino.

Turismo

Manifestazioni
Nell’ultima domenica di giugno si svolge la Festa patronale dei SS. Pietro e Paolo con solenne processione, mercatino antiquariato, teatro in dialetto piemontese e serate danzanti.

Nella seconda domenica di ottobre si svolge la manifestazione "Itinerario d’autunno" passeggiata alla riscoperta dell’arte e delle tradizioni di Cigliè con visite guidate alle Cappelle, distribuzione della tradizionale minestra di ceci “Cisrà’” secondo un’antica usanza, castagnata e omaggio di zucche ornamentali.

Architettura e arte nel Comune di Cigliè

Dai cenni storici si deduce l’importanza che rivestì storicamente il Comune di Cigliè, così come importanti, dal punto di vista architettonico e artistico, risultano essere alcuni edifici presenti sul territorio: oltre al castello medioevale, cui si è già fatta breve menzione, si ricordano: la Chiesa in stile barocco intitolata ai SS. Pietro e Paolo e altre 7 cappelle minori: (S. Dalmazzo, S. Rocco, S. Gottardo, S. Lucia, S. Sebastiano, S. Giovanni Battista, S. Giorgio), tra esse spicca quella di S. Dalmazzo, in stile romanico e con le pareti completamente affrescate con il ciclo della Passione e dell’Annunciazione.

Cappella di San Dalmazzo

La cappella di San Dalmazzo è un ottimo esempio di architettura romanica (periodo che va dalla metà circa dell’XI secolo a tutto il XII secolo).

L’edificio è a pianta rettangolare con abside semicircolare, costruita con muratura in pietra.

La facciata è più larga di circa un metro su entrambi i lati rispetto ai muri laterali, infatti se la si osserva lateralmente si può notare il basamento in pietra che affiora dal terreno che sembra disegnare gli ingombri di un edificio con forma analoga e dimensioni maggiori.

Per accedere all’interno vi è il portale, la cui cornice è definita da blocchi di pietra squadrata e una seconda cornice in mattoni che evidenzia l’arco a sesto acuto (con forma allungata).

Infine, all’esterno si vede l’abside/struttura architettonica a forma di nicchia semicircolare o poligonale) che presenta un basamento in pietra su cui poggiano tre contrafforti, sempre in pietra, che si annullano nella muratura a circa un metro dall’imposta del tetto.

Il tetto interno presenta un’orditura a capriate (struttura lignea triangolare formata da due travi oblique e da una orizzontale) ed il manto di copertura in coppi.

I tre gradini che forniscono l’accesso alla cappella sono il primo in pietra e gli altri in muratura.

Abside
1A) Sulla calotta dell’abside è affrescato Dio Padre rivestito con un drappo rosso, simbolo di potenza, nell’atto di inviare a Maria Vergine, attraverso un fascio di luce, lo Spirito Santo sotto forma di colomba bianca.

La figura del Padre nell’alto dei cieli, con la mano destra che evidenzia le tre dita distese che indicano la Trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo), è circondata da molti angeli; questo crea un affollamento ingiustificato, caratteristica della corrente manieristica a cui il “Maestro di Cigliè” apparteneva.
1B) Maria Vergine è rappresentata seduta nella sua stanza (letto a baldacchino alle sue spalle) nell’atto di pregare (libro di preghiere sul tavolo).

Una particolarità dell’affresco proposto in questa cappella sono i due vasi di gigli dipinti al centro della camera che simboleggiano la purezza anziché uno solo, come normalmente accade.

2) L’Arcangelo Gabriele, vestito con antichi sandali romani e in mano un ramo di gigli, porta a Maria Vergine l’annuncio dell’Incarnazione del Verbo. Alle spalle dell’angelo in lontananza è proposto un paesaggio ricoperto da un manto di neve e una fortezza che sembrano rievocare le colline e il castello di Cigliè.

3) Sul lato destro dell’abside, inginocchiato, pare quasi chiedendo intercessione o perdono, San Dalmazzo, riconoscibile dall’aureola, dal vestito da guerriero, dalla spada e dall’elmo.

4) Sul lato opposto dell’abside si intravede appena la sagoma di S. Antonio Abate, forse dipinto, mentre, ben visibili sono la campanella che porta in mano (elemento caratterizzante gli eremiti, che serviva loro per respingere l’attacco dei demoni spaventati dal rumore) e la lettera TAU (T) indicativa dell’ordine del Santo.

Cappella di San Rocco

La cappella di San Rocco porta il nome di questo santo conosciuto come protettore e guaritore dei malati di peste.

Si suppone, quindi, che la cappella possa essere stata costruita in occasione di un’epidemia di peste: prima per scongiurare la malattia, dopo come espressione di gratitudine, qualora non ci fossero state vittime.

L’edificio a pianta rettangolare è costruito in pietra appena sbozzata e completamente intonacato e tinteggiato.

Il tetto è composto da un’orditura in legno con manto di copertura in coppi.

Gli affreschi appartengono alla prima metà del ‘500 (anni 20-30) e fanno parte di una pittura “popolaresca”, ossia molto semplice e non ispirata a modelli importanti.

La cappella è stata dipinta sicuramente da un solo pittore locale (piemontese o ligure).

Nella parte alta della lunetta, sopra l’altare, è affrescato “Il Cristo Pietà”, l’immagine riassuntiva delle sofferenze di Cristo durante la Passione: il segno dei flagelli, ferite sul costato, corona di spine, piaghe sulle mani.

Accanto gli affreschi di 2 Angeli;  in quello di destra è rappresentata la colonna del flagello.

Nella parte bassa partendo da sinistra S. Antonio Abate, solitamente raffigurato con un maialino a fianco; S. Rocco, la Vergine col Bambino, che indossa una collana di corallo, segno di portafortuna, e si può notare l’abbigliamento curato della Vergine: pizzi, trasparenze caratteristiche della moda del ‘500; S. Giovanni Battista riconoscibile dal cartiglio con la scritta ECCE AGNUS DEI (ecco l’Agnello di Dio) ed infine S. Pietro con la chiave.

Cappella di San Giorgio

La cappella di San Giorgio domina, per la sua posizione sulla collina più alta del paese, tutto il paesaggio che la circonda.

Dal piazzale della chiesetta, nelle giornate soleggiate, lo sguardo può spaziare dalle Alpi Marittime al gruppo del Monte Rosa e si può notare l’imponenza del Monviso proprio di fronte.

All’occhio si presenta una rara veduta di paesaggi che si distendono nella pianura cuneese e, ancora più lontano, in quella torinese.

Questa cappella campestre è intitolata a San Giorgio e custodisce al suo interno, sulla parete dell’altare, un affresco che raffigura il Santo che trafigge il drago, salvando la principessa.

Ai lati dell’altare sono raffigurati San Grato Vescovo, protettore degli agricoltori, riconoscibile dalla testa del Giovanni Battista sorretta in una mano e San Luigi re di Francia, secondo un’iconografia tardo cinquecentesca.

Le fisionomie del San Giorgio e della principessa sono caratterizzate da una particolare morbidezza, pochi affreschi nella zona sfiorano la delicatezza di questo dipinto.

Questi affreschi, secondo esperti sarebbero da attribuire al “Maestro di San Giorgio” che operò all’epoca, secondo diverse testimonianze di quest’artista nella nostra zona.

Chiesa di San Giovanni

La chiesa di San Giovanni, nota anche con il nome di Confraternita dei Disciplinanti, è un edificio a pianta rettangolare, costruito in pietra sbozzata e mattoni intonacati.

La facciata, in stile neoclassico, presenta una finta trabeazione con timpano e frontone.

Il tetto si compone di una orditura in legno con manto di copertura in coppi.

Il campanile, in mattoni a vista e posizionato sul lato sinistro, è stato aggiunto in epoca successiva, precisamente intorno al 1885, come riporta la relazione di Don Giuseppe Valobra.
In essa il Parroco scrive infatti che quell’anno si sarebbe provveduto alla costruzione del campanile, dove sarebbe stata riposta “l’antica e vecchia piccola campana”.

Era, inoltre, intenzione erigere la sacrestia, qualora se ne avessero avuti i mezzi, ma i lavori non furono mai eseguiti.

Nel 1885 comunque si concluse la grande opera di ristrutturazione della cappella che fu restaurata completamente in quanto “inservibile per la straordinaria umidità”.

Della costruzione originaria rimangono soltanto le mura maestre, mentre il pavimento fu rialzato di un metro e lo spazio fu ricavato dalle due stanze soprastanti che furono demolite; la pavimentazione fu ricostruita a quadrelle.

Furono aggiunte inferriate nuove alle tre finestre per permettere una maggiore ventilazione ed illuminazione.
Oltre il tetto a tegole si costruì la volta a botte unghiata e una cupola ellittica, successivamente affrescate. L’artista incaricato di dipingere questa parte della chiesa fu, probabilmente, Bartolomeo Giorgis, un pittore che operava intorno alla fine dell’’800 inizio ‘900.

Il dipinto rappresenta la Trinità.

Nell’altare, anch’esso rifatto nuovo, fu sistemata la pietra consacrata ben conservata, un crocifisso e una ancona realizzata dal Toscano (come risulta scritto).

Il pittore rappresentò i due patroni, San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista, in atto di prestare ossequio a Maria Santissima.

Nell’abside si intravedono gli affreschi della chiesa originaria attribuiti al “Maestro di Cigliè”, già autore dei dipinti di San Dalmazzo.

Nella lunetta è rappresentata la Crocifissione con la Madonna e probabilmente San Giovanni; sotto San Pietro è ancora visibile mentre gli altri due personaggi, la Vergine e forse un altro Santo, sono molto rovinati.

A lato, separato da una colonna, un momento della Passione: Giuda, riconoscibile per i capelli neri e per l’abito verde e giallo, patteggia il tradimento.

La cappella, come riferisce Don Valobra nella sua relazione, era provvista di un tabernacolo in legno ornato, di due grossi banchi che servivano per i priori, i sottopriori e i cantori e di un guardaroba dove si tenevano gli arredi per la Messa.

In essa si radunavano i pochi Confratelli per la Messa ed i Confratelli e le Consorelle Umiliate, per indossare l’abito in occasione delle processioni e delle sepolture.

La Confraternita, forse fondata il 15 maggio 1603 sotto il Pontefice Clemente VIII, non possedeva uno statuto, ma solo un regolamento steso e approvato nel 1855.

Nella seconda metà dell’’800 aveva esclusivamente scopo di culto, tuttavia, si pensa che in origine si occupasse anche di assistenza morale (assistere gli infermi, ricomporre liti ecc.).

Il suo patrimonio era costituito soltanto dalle elemosine raccolte nei giorni in cui si celebravano la Messa e le sepolture.

Cappella di San Gottardo

La cappella è situata lungo la via di Murazzano in frazione Ciri, dista dalla Parrocchia circa due chilometri. L’epoca e il fondatore sono sconosciuti. E’ di piccole dimensioni e non presenta un particolare stile architettonico.

Cappella di Santa Lucia

E’ situata a 2,5 chilometri dalla Parrocchia in frazione Basili.

Non sono noti l’anno e il fondatore e non ha uno stile definito.

Chiesa S.S. Pietro e Paolo

La chiesa parrocchiale dedicata ai SS. Pietro e Paolo è di stile barocco.

Il primo documento ufficiale in cui viene citata la chiesa è un diploma che risale al 1041.

Essa dipendeva da Santa Maria di Carassone di Bastia Mondovì e ottenne la sua autonomia nel 1583, anno in cui venne dedicata ai SS. Pietro e Paolo.

All’interno troviamo la cappella di Sant’Antonio di Padova, costruita nel 1654, di stile barocco, che può essere paragonata ad un piccolo Santuario dalla forma esagonale.

Il suo fondatore Giovanni Antonio Coda ha sepolcreto in tale cappella.

Sempre in questa navata si trova il Fonte Battesimale che presenta una scultura raffigurante il Battistero e l’infante in primo piano.

Nel 1853 fu costruito il coro o abside e fu ampliata la sacrestia.

Dietro l’altare maggiore si trova un’opera che ritrae il paese di Cigliè e sopra di esso la Vergine con in braccio Gesù e accanto San Pietro e San Paolo che sembrano volerlo proteggere.

Ai due patroni è dedicata la statua in legno di fico eseguita da Antonio Rosaio nel 1881.

Nonostante il suo notevole peso (circa 3 quintali) la statua viene portata a spalla per le vie del paese durante la processione nel giorno della festa patronale.

Ultimo aggiornamento Venerdì 28 Ottobre 2011 11:20