Comunità Montana Alto Tanaro Cebano Monregalese

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Comune di Mombasiglio

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Indirizzo: P.zza Municipio, 2
Telefono: 0174/780015
Fax: 0174/780219
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Sito internet: www.comune.mombasiglio.cn.it
Popolazione: 623
Altitudine minima: 407
Altitudine massima: 941

La Diocesi di Mondovì, interpellata in proposito, propende pler la derivazione dal composto di “Mons” e “basilium”, termine riferito a quelle cappelle che sorsero nell’antico medioevo presso ogni castello; mentre o storico Nino Lamboglia propende per collegarlo col tipo Mons Basilicus, Villa Basilica, comune nella terminologia dell’Italia bizantina a partire dal VI secolo, come equivalente di Monte Regio, Villa Regia.

L’origine molto antica di Mombasiglio è testimoniata dai reperti archeologici esposti nella Sala Conferenze del Comune: una stele etrusca in calcare risalente al IV secolo a. C, un'ara in marmo grigio di età romana imperiale con raffigurazione di Ercole e due piccole steli funerarie databili al I secolo d.C.

Troviamo per la prima volta il nome di Mombasiglio, riportato nella Cronaca del Monastero di S. Pietro in Varatella e nella dotazione fatta ad esso da Carlo Magno nell’anno 800. Tra i beni assegnati all’abbazia vi figurano infatti Calizzano, Bardineto, Garessio, fino alle sorgenti del Tanaro e Mombasiglio: … in Monte Basilico iugera quinquaginta de terris arabilibus et vineis in ecclesia (Sancti) Iohannis.

Il paese sorge sulla grande via di comunicazione che legava il Piemonte alla Riviera di Ponente e che per tutto il Medioevo e oltre coincideva con l’arteria del tracciato romano che partendo “da Lesegno risaliva per la Val Mongia, scendendo poi a Bagnasco per Battifollo, e a Priola per Viola-Colle San Giacomo”.

Di primaria importanza il Codice pergamenato contenente gli Statuti di Mombasiglio che,  rilegato a nuovo e restaurato, è oggi conservato nell'Archivio Comunale di Mombasiglio, tradotto e pubblicato a cura del Centro Culturale Mombasiglio.

Seguendo le carte di franchigia (consultabili presso l’Archivio Storico Comunale), si citano alcune fra le più importanti famiglie che, nei secoli, hanno governato il paese: Marchesi di Ceva; Della Rovere; Del Carretto; Savoia; Sandri Trotti; Pallavicini (del ramo di Franosa) e i Vianson Ponte.

E’ da ricordare la nascita (nel 1752) della “Filanda” che risulta fra le più importanti del Piemonte. Successivamente (nella seconda metà dell’800) l’edificio fu adibito a fabbrica di ceramica.

Attualmente nei vecchi locali della "Filanda" trovano collocazione gli uffici comunali, le scuole materna ed elementare e la biblioteca civica.

Turismo

CASTELLO DI MOMBASIGLIO: RELAZIONE STORICA E ARCHITETTONICA

Nel Medio Evo Mombasiglio si presenta come un borgo arroccato sul versante Sud della collina coronata da un "castrum" con alta torre di vedetta.

Nel 1090 il Castello è feudo di Ottone vassallo del Marchese di Savona, nel 1346 il Marchese Corrado di Ceva ne riceve l’investitura: vi è un’alternanza di possesso, per ragioni di confine, fra Asti e Ceva. Danneggiato nelle guerre tra Francia e Spagna nel XVI secolo, il Castello divenne nel 1602 proprietà della famiglia fossanese dei Trotti, Marchesi di Mombasiglio, che, con una sostanziale ristrutturazione, ne privilegiarono le funzioni residenziali e produttive, essendo scadute le necessità di ordine militare

Successive mutazioni di proprietà non alterarono la consistenza architettonica dell’edificio; graffiti tuttora leggibili (di rilevante interesse filologico) documentano la presenza di soldati francesi all’epoca di Napoleone Bonaparte (1796 - 1799) e di soldati tedeschi nella seconda guerra mondiale (1944 - 1945).

Nell’800 e nel 900 le ferrovie e le strade di grande comunicazione trascurarono Mombasiglio, il paese si spopolò lentamente, il Castello passò di mano in mano con progressivo decadimento: negli ultimi 50 anni non si riscontra alcun intervento, negli ultimi 20 anni è assolutamente abbandonato. Questo abbandono ha tuttavia evitato le consuete intromissioni di aggiornamenti perturbativi: la formazione del Castello nel tempo, sia come impianto plani-volumetrico sia come uso di tecniche e di materiali, risulta tuttora chiaramente leggibile.

Una seconda torre, con equivalenti caratteristiche strutturali, fu iniziata a levante della precedente ma rimase limitata a un’altezza di metri 15 circa e venne conglobata nel corpo tardo-mediovale del Castello che, avendo colmato lo spazio fra le due torri, si sviluppò sul versante meridionale, raccordandosi con progressive deviazioni all’andamento della collina. Il piano più alto aggetta su archetti in laterizio poggianti su capitelli di pietra, con tracce di merlature difensive. Muratura mista di mattoni e pietre, tetto sporgente a pantalera, intonaco con tracce di stemmi, meridiana e decorazioni, solai in legno a cassettoni, pavimento in cotto.

All’inizio del XVII secolo si colloca l’intervento edilizio dei Trotti, appena nominati marchesi di Mombasiglio, che aggiunsero un corpo di fabbrica regolare nella zona a Ponente del Castello, con un tetto bordato da cornice a guscio, finestrature (o finte finestre) euritmicamente distribuite, muratura mista ricoperta di intonaco, ambienti interni regolari ricoperti con ariose volte in mattoni, pavimenti in cotto.

A giuntura dello stacco fra il corpo medioevale e il corpo seicentesco (cui faceva da cerniera l’alta torre), addossandosi quindi alla torre dal lato meridionale, fu inserito un corpo comprendente le scale all’interno e ampie logge all’esterno, logge inizialmente aperte all’amplissimo panorama, successivamente tamponate con serramenti vetrati (eccetto all’ultimo piano). Le rampe salgono a leggera pendenza, con volte a botte alternate con volte a crociera, gradini in legno e cotto. In epoca già barocca viene usato un linguaggio ancora manierista ma con un discorso sicuro di efficace allacciamento tra le diverse membrature e con il paesaggio circostante.

Sagace l’allineamento prospettico fra le tre aperture delle logge con la rampa centrale d’arrivo, la rampa laterale di partenza e le serie sovrapposte di stanzette (quella al 2° piano adibita a cappelletta, con ingenue sculture popolaresche e con resti di decorazione coperte da tinteggiature successive).
Questa geniale soluzione distributiva risulta un "unicum" nella regione e costituisce l’episodio di miglior nerbo nell’architettura del Castello.

Il piano di base del castello fu uniformato con una zoccolatura perimetrale a finto bugnato, con una doppia scalinata esterna che introduce al piano sopraelevato. Un altissimo muraglione (in mattoni e pietre) fu posto a delimitare la base collinare di sostegno al Castello, permettendo la formazione di un ampio spazio circostante livellato a giardino nella zona di levante e mezzogiorno, mentre alberi di alto fusto sono fittamente stipati nella zona a ponente ove è posto un portale barocco in mattoni faccia a vista, con viale serpeggiante di accesso. Un lungo porticato di verdura fu attrezzato nell’800 lungo il perimetro del giardino, splendida passeggiata panoramica sul ciglio del muraglione.

Le sale interne della parte medioevale evidenziano una distribuzione casuale, le sale della parte seicentesca presentano un insieme più organico di ambienti, grandi e piccoli, con volte elaborate e con tracce di decorazione pittorica. Al piano inferiore rimangono la scuderia, la cisterna d’acqua, la cantina per la fabbricazione del vino.

Il Castello è posto al culmine della collina sulla quale è organicamente insediato il vecchio paese di Mombasiglio, con alcune bellissime Chiese, viuzze strette, lunghi muri intonacati, armoniose prospettive architettoniche; le poche costruzioni moderne sorgono sul piano sottostante.

EDIFICI DI CULTO

Chiesa Parrocchiale: Eretta sotto il titolo di San Nicola di Bari, Vescovo di Mira: si ignora in quale tempo e da chi sia stata edificata, infatti la tabella cronologica dei Parroci ed i registri parrocchiali incominciano dal 1500; comunque essa è già citata negli Statuti di Mombasiglio del 1331. E’ a struttura basilicare, grandiosa, a tre navate, divise da otto imponenti pilastri (a base quadrata di un metro di lato, alti circa sei metri), tinteggiati a finto marmo, che terminano superiormente in semplici capitelli sorreggenti un cornicione aggettante che definisce tutto il perimetro della Chiesa. Da ogni pilastro partono quattro archi, due di collegamento ai pilastri vicini, uno che si raccorda col muro esterno ed uno per la volta della navata centrale. Le volte sono a botte abbassata coperte da crociere con costoloni apparenti, affrescate. Ai due lati del Presbiterio, due finti Transetti non debordano dai muri perimetrali della Chiesa: risultano peraltro divisi dalle navate laterali da tre gradini di marmo che portano il loro pavimento all'altezza di quello del Presbiterio. Appese alle pareti, segnatamente nelle navate laterali, i 14 quadri della "Via Crucis", dipinti nel 1902 da Luigi Morgari (lo stesso che dipinse nel 1899 i quadri della "Via Crucis" nella Parrocchia dei SS. Pietro e Paolo di Mondovì Breo). La notevole luminosità che contraddistingue la Chiesa è assicurata dalle quattro grandi finestre della controfacciata, dotate - dal 1964 - di vetrate in "Cattedrale speciale Belga".
Cappella di S. Antonio: è una piccola costruzione che si alza, schiacciata da recenti e/o ristrutturate case d'abitazione, sulla Via Umberto I, a fianco del ponte sul torrente Rifreddo. Ignota la data di costruzione.

Cappella di San Bartolomeo: costruita nel 1672. Di struttura semplice, rettangolare, è posta al bivio tra le vie Bernardino Viglione e Marchesa Trotti.

Cappella di San Bernardo: con il titolo di Cappella Pubblica sotto l’invocazione di S. Bernardo, fu eretta dalla Comunità di Mombasiglio nell’anno 1636. Caratteristico il campanile a pianta triangolare (un solo altro esemplare, peraltro di recente costruzione, si trova a Ceva). Via San Bernardo.
Cappella di San Giacomo: data di costruzione il 1671: “istrumento del 13 settembre 1671 rogato Moresco”, come si rileva dalla scritta posta in calce all'affresco che sovrasta l'altare. E' costruzione di linee architettoniche molto sobrie, geometricamente squadrata, priva di fregi e decorazioni, quasi una capanna per la preghiera e la meditazione di gente umile. Via Berrueri.

Cappella di San Giovanni della Gorrea: la Cappella, di cui si ignora il tempo dell'erezione e il nome del fondatore, propria della Comunità, è di struttura semplice approssimativamente quadrata. Il recente restauro ha riportato la Cappella (certamente fra le più antiche del paese) al suo antico splendore, mettendo in risalto gli stupendi ex-voto che ricoprono le pareti. Via provinciale Mongia.

Cappella di San Lodovico: La Cappella fu eretta sotto il titolo di S. Lodovico o Luigi IX re di Francia, nell'anno 1632 dalle famiglie Giacomo Delpodio e Lorenzo Lombardo, come risulta da istrumento di fondazione 21 agosto di quell'anno, rogato Fontana. Si trova sulla strada che collega le frazioni Alberghetti e Ascheri.

Cappella di San Sebastiano: intitolata a San Sebastiano martire, fu eretta a Cappellania nel 1747 dal signor Giuseppe Maria Bellisio, ma esisteva già da tempo immemorabile.

Si tratta di costruzione di notevole dimensione, larga oltre 7 metri, lunga 13,50, ivi compreso il portico, alta circa 8 metri al culmine del tetto. Si trova in Via Umberto I.

Cappella della Madonna di Lourdes: la Cappella della Beata Vergine Immacolata di Lourdes fu costruita nel 1916 per cura specialmente delle famiglie Odasso Giuseppe, Gotro Giovanni, Ferrero Maurizio, con le offerte raccolte non solo in Mombasiglio ma anche nei paesi della Valle Mongia, col consenso dell'Autorità Ecclesiastica. Via Provinciale Mongia.

Cappella della B. V. del Soccorso: in grado di ospitare un centinaio di persone (considerando anche l’area coperta di accesso), venne edificata nel 1651 con il concorso del Comune (nelle antiche relazioni parrocchiali e nel Libro dei legati si attesta essere di proprietà della Comunità). Considerata Santuario della Parrocchia, è meta periodica di processioni (nel mese di maggio) con notevole concorso di fedeli.

Edifici non più utilizzabili per il culto

Cappella di Santa Croce: eretta sotto il titolo di Santa Croce nel 1722, si ignora da chi sia stata edificata. A seguito dello scioglimento della Confraternita, l’edificio, privato di ogni arredamento, non è più utilizzato come luogo sacro. La Confraternita - come tale costituita in ente morale - non era altro che la Compagnia dei Disciplinanti. Non risulta da chi sia stata eretta e con quale atto. Si presume più antica di quella delle Umiliate eretta dall’Ordinario di Alba nel 1695. Non esistono Statuti particolari della Confraternita ma solo un regolamento secondo il Sinodo Diocesano. Attualmente la Compagnia è sciolta. Si tratta di un edificio di notevoli proporzioni largo più di 9 metri e lungo circa 20, recentemente restaurato, conserva una sua dignità ed un particolare pregio artistico. E’ attualmente usata dal Comune come “Sala polivalente”.

Cappella di San Giovanni del Bosco: si ignora quando fu costruita, l’edificio in questione viene ricordato nel Registrum del 1325, annesso al testo delle Costituzioni approvate dal vescovo Isnardi e dal clero albese nel Sinodo del 1325 e contenuto nel codice di Guarene. L’elenco del Registrum ci da 12 plebatus (con una plebs reggente) e 80 ecclesiae. Ritroviamo così la pieve di santa Maria de castro come sede del plebatus di Ceva che annovera fra le altre, oltre all’ecclesia de montebaxilio (la parrocchiale di San Nicolao) anche la ecclesia sancti johannis de gerbo.

Dal momento che in altre fonti di epoca successiva, soprattutto visite pastorali, la nostra chiesa viene denominata “del Gerbo”, è verosimile pensare che essa corrisponda alla ecclesia riportata nel Registrum del 1325.

Piloni
Pilone degli Ascheri
: il muro di fondo è occupato quasi interamente da un affresco moderno (dipinto in sostituzione di un altro completamente deteriorato e praticamente scomparso), rappresentante la Madonna che reca in braccio Gesù. Tre lettere "R.M.R." che appaiono in calce all’ancona, attestano che si tratta della Madonna venerata nel Santuario di Vicoforte la "Regina Montis Regalis".

Pilone di Lucian: Il toponimo "Lucian" - pur pronunciato come un’unica parola e come tale riportato sui cartelli stradali - è di fatto composto da "Lu (il) e "Cian" (piano). Sulla tavoletta dell’Istituto Geografico Militare è riportata solamente la dizione "San Rocco", senza alcun riferimento, neppure grafico, al pilone. Il recente “restauro”, con l’inserimento nelle nicchie di immagini votive prima inesistenti, ne ha profondamente modificato l’aspetto.

IL PONTE NATURALE

Si tratta di una suggestiva galleria naturale (ël pertüdz 'd Mundza = il buco di Mongia) scavata con notevole precisione dall'acqua del torrente Mongia, lunga una quindicina di metri, larga circa dieci, alta da tre a cinque metri; lo spessore dell'arco è di 5/6 metri. Il Mongia è soprapassato dal ponte della strada che collega la provinciale Mongia alla frazione Masentine.

La continua estensione dell'urbanizzazione, incontrollata nelle zone agricole di pianura e collina, così come gli interventi di potenziamento delle strade di fondovalle, o il proliferare di piste forestali in alta montagna, portano a "conquistare" aree sempre più estese di territorio, con conseguenze negative spesso rilevanti, legate alla perdita progressiva e inesorabile delle caratteristiche di naturalità del territorio stesso.

Ciò è tanto più preoccupante quando l'ambiente naturale interessato presenta fenomenologie rare, degne di attenzione e di tutela per motivi scientifici e culturali.

E' il caso del ponte naturale sul Torrente Mongia.

Il ponte naturale in oggetto è il risultato dell'erosione che il torrente ha esercitato, verosimilmente nell'arco di circa un milione di anni, all'interno di un banco di conglomerato oligocenico particolarmente compatto e tenace, che ha portato al salto del meandro ancora visibile in sponda destra. La sua genesi e le sue caratteristiche litologiche e strutturali (da cui l'impressionante somiglianza ad un’opera di ingegneria umana in calcestruzzo) ne fanno un fenomeno geologico assai raro anche a livello europeo.

L'ambiente che ci circonda può contenere risorse intese non solo come materie prime, ma anche come valori che, dal punto di vista culturale, scientifico o più semplicemente paesaggistico, non sono di minore importanza. Le sempre più intense modificazioni dell'ambiente naturale prodotte dall'uomo su vasta scala mettono tuttavia in pericolo il patrimonio culturale costituito dalle "memorie" della Terra, scritte nelle profondità come sulla sua superficie, nelle rocce e nel paesaggio.

Il ponte naturale di Mombasiglio, in Provincia di Cuneo, è un tipico esempio di bene naturale da salvaguardare. Si tratta di una forma di erosione fluviale intagliata entro i conglomerati oligocenici della Formazione di Molare, appartenenti al Complesso del bacino continentale di Bagnasco, i cui termini giacciono discordanti ed in copertura sulle unità di calcescisti del Dominio Piemontese.

I contrasti di competenza caratteristici dei corpi litologici interni alla formazioni di Molare favoriscono un grado erosione differenziale. Il corso d'acqua localmente ha profondamente intagliato la parte inferiore della successione stratigrafica, preservandone la parte superiore a maggiore competenza. Forme simili sono alquanto rare nella nostra regione, il caso di Mombasiglio appare unico per bellezza e grado di conservazione.

REPERTI ARCHEOLOGICI DI MOMBASIGLIO

"Le fonti storiche ci informano che l’alta Val Tanaro, nella quale rientra il territorio di Mombasiglio, era abitata in età preromana dalla tribù degli Epanteri Montani, appartenente alla più vasta famiglia dei Liguri Montani, noti per il carattere aspro e "selvaggio", in conflitto sempre latente con la tribù costiera dei Liguri Ingauni che nel 210 a.C. si alleò con i Romani. I Montani subirono nel 180 a.C., da questi ultimi, un’offensiva che li costrinse alla resa. L’alta Val Tanaro entrò, dunque, nell’orbita della romanizzazione sotto il segno della dipendenza dalla città costiera di Albingaunum (Albenga), ma non sembra aver avuto - forse per lo scarso popolamento - un’organizzazione di vita cittadina. La presenza, tuttavia, di un magistrato a Mombasiglio, attestato dall’ara con dedica ad Ercole e di un seviro a Sale Langhe su una stele conservata presso la chiesa parrocchiale, documentano il raggiungimento nel II sec. d.C. di un pieno statuto municipale. L’ascrizione della popolazione alla tribù Pollia confermerebbe la dipendenza del territorio da Albingaunum, anche se alcuni studiosi hanno proposto un’autonomia dell’alta Val Tanaro identificando in Ceva, il sito del centro urbano.

L’antica Ceba, che sarebbe da identificarsi con il centro esportatore di formaggio di latte di pecora, detto cebanum citato da Plinio il Vecchio, oltre che produttore di una speciale razza bovina, secondo Columella, non ha però fino ad ora restituito evidenze strutturali antiche che possano supportare archeologicamente tale ipotesi storica. Studi recenti hanno, d’altra parte, proposto di riconoscere piuttosto in Mombasiglio la sede del municipio romano, proprio per l’attestazione dei magistrati e per le tracce della frequentazione più antica, documentate dalla stele etrusca. Anche in questo caso si attendono conferme archeologiche a tale ipotesi. A partire dal periodo tardoromano, il territorio dell’alta Val Tanaro si distaccò dall’orbita della città costiera di Albingaunum, fino ad essere inglobata nel distretto comitale di Bredulum (Breolungi) ed in seguito nei possessi monastici di San Pietro di Varatella, entrando nella giurisdizione della diocesi di Alba".

STELE CON ISCRIZIONE ETRUSCA

Datazione: IV secolo a.C. Misure: 53 x 60 x 16. Rinvenuta nel 1923 a Mombasiglio in occasione dei lavori di demolizione della chiesa di S. Andrea, dove era stata reimpiegata, dopo una rudimentale sbozzatura, come acquasantiera. La stele presenta, all’interno di una cornice rettangolare, un rilievo figurato con un personaggio maschile adagiato su kline ed uno femminile seduto su un trono. Sullo sfondo, tra la cornice e le due figure, essa riporta, realizzata con un’esecuzione alquanto maldestra, un’iscrizione in lingua etrusca: husi (e) vete zalle, interpretata da G. Colonna come iscrizione onomastica corrispondente, con inversione dell’ordine delle parole, alla formula latina Salvius Vetius Iunior. Tipicamente etrusca per la tipologia e l’iconografia del rilievo figurato, la stele sarebbe da riferire alla sepoltura di un etrusco di probabile origine italica, forse dell’area fiesolana, e confermerebbe la persistenza di rapporti tra l’Etruria settentrionale e la Liguria, anche interna, già indiziati a partire dalla metà del VII secolo a.C. ed ancora attivi tra il IV e il II secolo a.C., come parrebbe confermare anche lo specchio etrusco di probabile provenienza dal territorio cebano conservato presso l’Istituto Tecnico G. Baruffi di Mondovì.

ARA IN MARMO GRIGIO CON RAFFIGURAZIONE DI ERCOLE

Datazione: Età romana imperiale (I secolo d.C.) Misure: 90 x 47 x 7. Descrizione: Rinvenuta nel 1785 a Mombasiglio presso la chiesa di S. Andrea. Sul retro è presente un incavo dovuto ad un reimpiego. Il volto è stato rilavorato in epoca non nota. Ercole è rappresentato, al rilievo, frontale e stante con la clava nella mano destra e la pelle leonina sulle spalle. L’iscrizione consiste in una dedica cultuale al semidio da parte del magistrato M. Cassius Messor, appartenente alla gens Cassia, molto diffusa nella Liguria antica. Herculi M. Cassiu Messor IIIIvir i(ure) d(icundo) aram qum solo Publicavit.

PICCOLA STELE FUNERARIA DI ARENARIA VERDOGNOLA

Datazione: Età romana imperiale (I sec. d.C.) Misure: 65 x 36 x 17. Rinvenuta nel 1923 nel corso dei lavori di demolizione della chiesa di S. Andrea di Mombasiglio. In alto è conformata a timpano con rosette nell’acroterio. II titolare del sepolcro, L. Papirius, appartiene alla gens Papiria e tradisce un’origine locale per il cognome Bitiro, di sicura radice ligure. E’ inoltre documentata l’appartenenza alla tribù Publilia, la stessa nella quale risultavano censiti i cittadini di Albingaunum (Albenga). L. Papirio P. f(ilio) Pob(lilia) Bitironi

STELE FUNERARIA IN PIETRA

Datazione: Età romana imperiale (I sec. d.C.) Misure: 80 x 28 x 9. Si conservano due frammenti tra loro pertinenti, ma non combacianti. Trasportati nel 1923 dalla chiesa di S. Andrea presso il municipio, furono probabilmente rinvenuti nel territorio di Mombasiglio. Nel frammento superiore resta parte del coronamento decorato internamente con un motivo a tre corone concentriche sormontate da una foglia o pigna; nel listello sottostante, rosette stilizzate; nell’acroterio, ruota celtica. L’iscrizione superstite non consente una lettura del testo originario che doveva comunque riferirsi ad una dedica funeraria.

Info:   tel. 335 296753 (Marinella); 333 8411665 (Franca); 349 2724566 (Buzzanca); 335 6870913 (Gino).

Ultimo aggiornamento Giovedì 17 Ottobre 2013 10:49  


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